
La Francia si prepara a diventare il primo paese al mondo a introdurre una legislazione specifica contro il fast fashion. Il 19 marzo 2025, la commissione per l’assetto territoriale e lo sviluppo sostenibile del Senato esaminerà la legge finalizzata a ridurre l’impatto ambientale dell’industria tessile, già approvata dalla Camera Bassa il 14 marzo 2024 con 146 voti favorevoli.
Motivazioni alla base della legge
La legge contro l’ultra fast fashion è stata ideata per affrontare l’aumento delle preoccupazioni riguardanti l’impatto ambientale, economico e sulla salute causato da colossi del settore come Shein, Temu, Primark e altri. Questi marchi hanno invaso il mercato con prodotti a prezzi stracciati, alimentando l’iperconsumo e l’uso di tessuti di bassa qualità. Questo fenomeno ha contribuito all’aumento delle emissioni di gas serra nel settore tessile, che attualmente rappresenta circa l’8% delle emissioni globali, e ha causato un incremento dei rifiuti, con una drastica riduzione della durata di vita degli indumenti, che in soli 14 anni è diminuita di un terzo.
Il disegno di legge n. 2129 era atteso da tempo al Senato. Le recenti turbolenze politiche avevano quasi fatto dimenticare la sua esistenza. L’inizio della discussione rappresenta un passo significativo, poiché è prevista una procedura accelerata per la sua adozione finale.
Meccanismi della legge
Questa normativa mira a sensibilizzare i consumatori sull’importanza della sobrietà e della sostenibilità nell’industria della moda, promuovendo pratiche di riutilizzo, riparazione e riciclaggio. Sono previste penalizzazioni per i produttori che non rispettano determinati standard ecologici. La legge si applica a tutti i produttori, distributori e rivenditori francesi, ma include anche le aziende estere che vendono in Francia, secondo il principio del “produttore esteso”, stabilito dall’articolo L541-10 del codice dell’ambiente francese. Le aziende straniere dovranno designare un rappresentante in Francia e non potranno eludere gli obblighi e le sanzioni previste dalla legge.
Normative e restrizioni
Tra i punti salienti della legge figura una definizione legale di fast fashion, che descrive la pratica di “messa a disposizione o distribuzione di un gran numero di riferimenti a nuovi prodotti (…) anche attraverso un fornitore di mercato online”. Gli operatori del settore sono tenuti a “visualizzare sulle loro piattaforme di vendita online messaggi chiari e comprensibili, che incoraggino la sobrietà, il riutilizzo, la riparazione e il riciclaggio dei prodotti, sensibilizzando sull’impatto ambientale”. La violazione di questa disposizione comporta sanzioni amministrative fino a 3.000 euro per le persone fisiche e 15.000 euro per le persone giuridiche.
È vietato anche pubblicizzare i prodotti definiti come fast fashion, inclusi gli influencer, per favorire un cambiamento nei modelli di consumo. Le sanzioni per questa violazione possono arrivare fino a 20.000 euro per le persone fisiche e 100.000 euro per le persone giuridiche, con possibilità di raddoppio in caso di recidiva. Altri obblighi comprendono l’adesione a un’organizzazione ecologica, il pagamento di un eco-contributo, l’etichettatura conforme e l’obbligo di esporre i risultati della valutazione dell’impatto ambientale dei prodotti.
Penalità previste
Le sanzioni saranno fisse, con un sistema di “malus” progressivo da 5 euro all’entrata in vigore della legge, che aumenterà a 10 euro dopo 5 anni, con un limite massimo fissato al 50% del prezzo di vendita. Se la legge dovesse essere approvata, la Francia sarà pioniera nella lotta contro gli effetti negativi del fast fashion.
Un’iniziativa simile è in fase di sviluppo anche negli Stati Uniti, attraverso il Fashion Sustainability and Social Accountability Act, noto come Fashion Act. Tra i sostenitori di questa causa figura Leonardo Di Caprio, che ha recentemente ribadito l’importanza di questa iniziativa, esortando i suoi follower a partecipare attivamente. La legge americana si applicherà a tutte le aziende di moda con un fatturato superiore ai 100 milioni di dollari, con sede a New York o che operano nel suo territorio, e prevede obiettivi ambiziosi, inclusa l’obbligo di monitorare almeno il 50% della catena di approvvigionamento, dalle aziende agricole fino alla distribuzione.